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Liturgia

8 febbraio 2015

V Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Commento per i bambini a cura di Elisa Ferrini

 

Prima Lettura – Gb 7,1-4.6-7

Salmo ResponsorialeSal 146

Seconda Lettura  – 1Cor 9, 16-19.22-23

Vangelo – Mc 1, 29-39

 

Eccoci di nuovo insieme per accompagnare Gesù nelle sue “nuove giornate” tra la gente della sua terra, la Palestina.

Abbiamo visto come Gesù pian piano prende consapevolezza della sua missione, del compito che il Padre gli ha dato come impegno nella sua vita sulla terra: far conoscere il grande Amore di Dio per poter rendere più leggero e felice il cuore delle persone.

Gesù si mette in cammino e, per non lasciare che i suoi gesti e le sue parole restino lì con il rischio di non portare tanto frutto, sceglie alcune persone (dodici uomini in particolare) tra la gente semplice della Palestina.

Con loro inizia a viaggiare, a conoscere gente,  a parlare di Dio… e soprattutto a mostrare con gesti concreti quello che Dio porta nel cuore per ogni uomo.

Come lo fa? Lo volete sapere? In realtà molti di voi lo sapranno già o ne avranno sentito parlare. Avranno avuto modo di conoscere alcuni dei gesti speciali che Gesù ha compiuto per “intrufolarsi” nel cuore degli uomini.

Aveva tanta inventiva Gesù, si faceva ispirare da Dio e in accordo con Lui poi ne combinava sempre di cose “strane”.

Eh già, possiamo dire che questo Dio è davvero “fuori dal comune”, d’altra parte è Dio, direte voi. Avete ragione, ma nell’immaginario comune, prima di Gesù, nessun Dio era mai sceso sulla terra e nessuno più lo ha fatto. Ditemi se non è una cosa straordinaria e anche un po’ bizzarra…?! Ma ormai ci stiamo anche un po’ abituando a questo modo di operare di Dio diverso ma entusiasmante, perché tanto più vicino agli uomini.

Oggi incontriamo Gesù proprio tra gli uomini. In questa domenica camminiamo con Lui per le strade di Cafarnao (sembra che trascorresse molto tempo in quel villaggio nella prima fase della sua attività); e precisamente mentre con i suoi amici, i primi apostoli, esce dalla sinagoga: in quel momento viene a sapere una cosa sconvolgente: la suocera di Pietro ha la febbre.
Capirai, direte voi, in classe mia in questi giorni eravamo la metà a causa dell’influenza! Non sarà grave una febbre…

Invece, cari ragazzi, bisogna capire quello che poteva essere una febbre al tempo di Gesù e soprattutto cosa volesse dire essere ammalato nella loro “cultura” .

Ora dobbiamo cercare di capire che, quella che per noi è una piccola alterazione o qualche linea passeggera, a quell’epoca poteva essere fatale per chi se la prendeva. Poteva essere un’infezione o una malattia non semplice da curare, si poteva rischiare di morire per una febbre!
Non finisce qui, oltre questo bisogna tener presente che chi era ammalato era almeno sospettato di essere un peccatore, qualcuno che l’aveva fatta grossa e si meritava una “punizione” da parte di Dio.

Attraverso la vita e l’insegnamento di Gesù noi possiamo capire che Dio in realtà non punisce e tanto meno si diverte a mandare malattie a qualcuno. Certo, delle volte ci facciamo delle domande sul perché delle sofferenze o delle malattie, perché “proprio a lui/lei” …

Anche se noi non sappiamo dare risposte, e ancora non riusciamo a trovare risposte alla sofferenza e alla malattia, questo brano può aiutarci a mettere a fuoco cosa vuol dire il gesto di Gesù.

Se la malattia era considerata una punizione o un castigo al peccato e Gesù guarisce la suocera di Pietro e con lei altre persone, sta dicendo che l’Amore di Dio salva e solleva dal dolore.
Alla fine, se ci pensiamo bene, quando riconosciamo e capiamo di aver sbagliato qualcosa (magari con mamma, papà, fratelli o amichetti…), non stiamo proprio bene e ci sotterreremmo o nasconderemmo dalla vergogna.

Bèh, alla fine Gesù ci dice (e a quanto pare non si stanca di ripetercelo) che Lui c’è, è pronto ad arrivare e a sollevarci proprio in questi momenti, proprio quando siamo sfiniti e non sappiamo dove andremo a finire se continuiamo così.

La cosa in più, e ancora più bella in questo Vangelo, viene dal fatto che la suocera di Pietro non va di persona da Gesù ma vanno i suoi cari ad avvisare il Maestro. Questo ci consola ulteriormente perché ci conforta sapere che possono esserci amici e persone care che si muovono per noi, magari con una preghiera, magari credendo per noi nel momento in cui noi ci sentiamo più piccoli e deboli, senza energie… Insomma il Signore si serve proprio di tutte le risorse e gli strumenti più belli per poterci risollevare.

E Lui, cosa fa dopo tanta fatica e dopo aver mostrato quanta grandezza e amore ci sono nel cuore di Dio per noi!? Se va da solo a pregare suo Padre, per ricordarci che ogni azione e ogni gesto fatto col cuore, hanno Lui come Creatore e a Lui va il ringraziamento per averlo reso capace di portare così tanto.

Ovviamente in tutto questo “straordinario nell’ordinario” Gesù diventa super gettonato e a Lui si rivolgono anche dai paesi vicini. E’ proprio in quel momento che Gesù decide di andare altrove, di portare questi gesti e le sue parole a persone che ne hanno bisogno, a chi attende tanta grazia e bellezza.

Ecco che con i suoi amici e testimoni, se ne va lasciando il segno e l’esempio nella terra di Cafarnao, così che anche loro possano imparare ad amare e a perdonare.

In questa settimana potremmo provare a ricordarci che Gesù è con noi, pronto ad amare e perdonare le nostre fragilità e, prendendo spunto da questo, cerchiamo di educare il nostro cuore ad essere pian piano sempre più accogliente e generoso di amore verso gli altri… magari delle volte facendoci noi portatori di speranza e di fede, come gli amici della suocera di Pietro.
Buona domenica!

Dal vangelo secondo Marco 1, 29-39

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea,
in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Domenica8febbraio2015

Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

IoVangelo

IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Commento a cura di Daniela De Simeis

Prima Lettura – Dt 18, 15-20

Salmo ResponsorialeSal 94

Seconda Lettura  – 1Cor 7, 32-35

Vangelo – Mc 1, 21-28

Il brano del Vangelo di Marco ci trasporta a Cafarnao, in un sabato, giorno sacro per gli ebrei, giorno di riposo e di preghiera.

Gesù dimostra di rispettare pienamente la Legge di Israele: si reca anche Lui, di Sabato, nella Sinagoga. Ma non si limita ad assistere, ad ascoltare; non resta in disparte: anche in quest’occasione si mette a insegnare, prendendo la parola davanti alla folla riunita.

Riferendoci quello che accade, per prima cosa l’evangelista Marco annota: “erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.”
Che cosa vuol dire? Significa che Gesù parla in un modo diverso dai maestri del tempo: non come chi sta riferendo parole altrui, ma come chi proclama ciò che veramente pensa.

Gesù non insegna come chi spiega delle regole o offre delle nozioni, delle informazioni, ma annuncia una parola nuova, che tocca la vita.

Gesù insegna attingendo dal suo stesso Spirito, perciò le sue parole suonano nuove, vere, sincere. Hanno dentro la freschezza dell’eternità, che è giovane per sempre.

Non cerca di convincere, ma regala la bellezza della verità.

Non fa pubblicità, ma dona la parola di vita.

Non fa prediche, che annoiano e lasciano indifferenti, uguali a prima, ma spezza il pane della Parola di Dio, che cambia il cuore.

I presenti se ne accorgono. Non sanno spiegare bene che cosa sta accadendo, ma sentono che quel Rabbi sta parlando in maniera diversa da tutti gli altri.

Considerate che Gesù ha appena iniziato la sua missione: non è ancora molto conosciuto, non ci sono folle che lo seguono attirate dalla sua fama. Quindi in tanti si stupiscono per questo giovane Maestro che parla con maggiore sapienza e autorità degli scribi, degli anziani, di coloro che conoscono a perfezione la Scrittura e che avrebbero proprio il compito di spiegarla agli altri.
Mente Gesù sta parlando alla gente, che lo ascolta interessata e meravigliata, accade qualcosa di imprevisto: “Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio.”  

L’evangelista Marco ci dice che un uomo, posseduto da uno spirito del male, comincia a gridare contro Gesù, vuole che se ne vada via, non vuole ascoltarlo.

Lo spirito maligno riconosce che Gesù è mandato da Dio, perciò ne ha paura e vuole che il Maestro si allontani.

Tutti, nella Sinagoga, sono spaventati dalle urla dell’uomo, ma Gesù, con calma e autorità, interviene: “Gesù lo sgridò: Taci! Esci da quell’uomo. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.”

Gesù dimostra di avere potere anche sullo spirito del male, che fa urlare il poveretto presente nella sinagoga. Che cos’è questo male? Il Vangelo non ci fornisce altri dettagli, però ci fa capire tutta la sofferenza della persona resa prigioniera dallo spirito cattivo.

Non lasciamoci impressionare dalla descrizione di questo spirito maligno, perché in Cristo Signore tutti abbiamo la possibilità di allontanare il male dalla nostra vita. Lo possiamo fare con le nostre scelte: ogni volta che rifiutiamo di comportarci secondo il male, lo allontaniamo da noi. Ogni volta che agiamo secondo il cuore di Dio, secondo l’insegnamento del Vangelo, allontaniamo lo spirito del male dalla nostra esistenza.

Inoltre, possiamo respingere il male con la forza della preghiera, quella stessa che ci ha insegnato Gesù, il Padre Nostro, ripetendo con vera fede: “liberaci dal male”.

Ma torniamo a Cafarnao, in quel giorno di sabato di cui ci sta parlando Marco: di fronte a quello che sta accadendo sotto i loro occhi, tutti restano stupiti e persino un po’ spaventati: “Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!”

Di fronte all’azione di Gesù, la folla comprende che questo giovane Rabbi di Nazareth è diverso da tutti gli altri. Diverso per come parla, diverso per ciò che insegna, diverso per come opera, persino contro le forze del male.

La parola centrale, che racchiude questa diversità è ripetuta più volte nel Vangelo di oggi: autorità.
Gesù parla e agisce con autorità.

Attenzione a non confondere l’autorità con il semplice comando: molti possono comandare solo per ruolo che hanno, per il compito che svolgono. Ad esempio, l’arbitro, durante la partita, ordina di tirare un calcio di punizione oppure espelle un giocatore e gli ordina di uscire dal campo. Questi comandi che dà, sono legati al suo ruolo, al compito di arbitro di cui è investito. Ma quando la partita termina e depone il fischietto, non ha più il potere di dare alcun ordine: il suo compito è finito.

Gesù invece, parla e opera con autorità, perché ha in sé la forza, che emana dalla sua divinità.

Quando parla, non sta riferendo parole altrui, ma è la bocca stessa di Dio che si fa voce in Lui.
Quando opera, è la forza stessa dello Spirito di Dio che agisce.

Gesù è autorevole perché è credibile: quello che dice, si compie, si realizza.

Ordina allo spirito del male di uscire dal poveretto che ha preso prigioniero, e quell’uomo torna libero davvero.

Proprio il segno di scacciare il male, dimostra che le sue non sono solo parole.

Dimostra che il suo è un potere reale, concreto, che agisce persino contro le forze più brutte che possiamo immaginare.

Questa è una grande sicurezza per noi.

Per noi che non lo abbiamo mai visto in volto, che non lo abbiamo incontrato di persona, è stupendo sentirci confermati dalla testimonianza di coloro che lo hanno ascoltato e sono stati insieme a Lui.

Questa parola che oggi abbiamo udito, ci impegna: perché se diciamo di credere nel Maestro e Signore, se vogliamo seguirlo e annunciarlo, dobbiamo far crescere in noi la stessa autorevolezza di cui parla il Vangelo.

Non la forze di chi comanda agli altri, ma di chi vive secondo ciò che dice agli altri. Di chi mette in atto ciò che annuncia. La forza di chi non si limita a dire belle parole, ma le rende vive nella sua carne.

Non è facile, ma è possibile!

Vogliamo provarci?

 

Dal vangelo secondo Marco 1, 21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.

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«Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

III Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Commento per i bambini a cura di Maria Teresa Visonà

Prima Lettura – Gio 3,1-5.10

Salmo ResponsorialeSal 24

Seconda Lettura  – 1Cor 7, 29-31

Vangelo – Mc 1, 14-20

Nel vangelo di questa domenica Gesù inizia la proclamazione della Bella Notizia: chi la ascolta, chi la accoglie e la mette in pratica, sarà felice.

Facciamo un esempio. Se un vostro amico vi desse questa notizia: ”Mi hanno regalato i biglietti per andare al concerto di Violetta, venite con me?”, quale sarebbe la vostra reazione? Sono certa che, senza l’imposizione di nessuno, voi cogliereste subito l’occasione per andarci!

Quando mai si potrebbe perdere una simile serata di gioia!!!

La lieta notizia che propone Gesù non è certo paragonabile ad un concerto…

E’ una opportunità a dir poco sconvolgente che, se accolta, può cambiare tutta la vita, per chi vuole essere per sempre (e sottolineo SEMPRE) nella gioia! Voi lo volete?

Ma qual è la bella notizia? Che Dio è nostro Padre e che ci ama in modo infinito.

E qual è l’invito che ci fa? Ci invita ad amarci reciprocamente come lui ama noi. Per essere felici. Questo è il mondo che vuole Gesù. E’ IL VANGELO.

Questo messaggio, Gesù, lo comunica a tutti e lo mette in pratica nella sua vita.

Il nostro Maestro inizia dunque la sua predicazione dicendo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è qui”. Con la venuta di Gesù, con l’inizio della sua vita pubblica, è iniziato il regno di Dio.

Quando si parla di regno, generalmente si pensa a dominazioni, a guerre, a ingiustizie e sofferenze, a servitori, a padroni… ma questa è una caratteristica dei regni umani! Questo non è il regno di Dio!

Ai contemporanei di Gesù, il parlare di regno non suonava molto bene perché, nel corso della loro storia, non c’erano state esperienze positive di Re.

Il popolo di Israele, appena costituito, viveva a contatto con tanti altri popoli e tutti avevano un re.

Gli Israeliti perciò, che non volevano essere di meno, lo chiesero anche loro.
A chi lo chiesero? Ai profeti.

I profeti non erano d’accordo perché desideravano che solo Dio fosse il Re di Israele! Sapevano infatti che, qualsiasi monarca ci fosse stato, avrebbe regnato pensando più a se stesso che al benessere delle persone… Ma il popolo non era di questo parere.

Così, dopo varie richieste, Dio acconsentì che il profeta Samuele consacrasse per la prima volta un Re.

Da questo momento in poi iniziò la tragedia per gli Israeliti perché i re che si susseguirono, a parte qualcuno, furono infedeli a Dio, non ascoltarono i profeti, non furono all’altezza del loro compito e portarono il popolo alla divisione, all’occupazione da parte dei Babilonesi, dei Medi, dei Persiani, alla deportazione in Babilonia, alla conquista di Alessandro Magno (che penso tutti voi ben conosciate…).

Tutti questi avvenimenti, che troviamo descritti nell’Antico Testamento, avevano portato delusione, perdita di speranza ma, nello stesso tempo, avevano alimentato l’attesa iniziale di un regno in cui Dio stesso fosse il Re, avevano alimentato cioè la fede nelle promesse fatte da Dio al suo popolo.

Gesù, nel vangelo di oggi, quando inizia la sua predicazione, dice che tutto quello che avevano aspettato per secoli ora è arrivato.

Ora è iniziato un regno nuovo, un mondo nuovo che vive in modo diverso: è arrivato il momento opportuno perché la vita di ogni persona sia felice.

Diciamo intanto come non è questo regno di cui parla Gesù.

Non è un regno dove i più forti hanno la meglio (voi vi comportate con giustizia e bontà nella vostra scuola?), non è un regno dove i poveri sono messi da parte (aiutate coloro che hanno bisogno?), non è un regno dove si è sempre gli uni contro gli altri (siete pronti a diffondere la pace?), non è un regno dove i più deboli vengono presi in giro (difendete i compagni più emarginati?). E questo elenco potrebbe continuare…

Ma diciamo ora come è il regno di cui parla Gesù.

E’ un regno di giustizia, di amore e di pace: sono solo tre parole, ma sono così importanti che riassumono lo stile di vita del cristiano.

Ripetetevele spesso, imprimetele bene nel vostro cuore, fatele vostre e vivetele… è un impegno non solo per questa settimana, ma per tutta la vostra vita.

Nel vangelo, Gesù ci propone  due condizioni per far parte di questo regno ed essere perciò felici: la prima è CONVERTITEVI, la seconda è CREDETE NEL VANGELO.

CONVERTIRSI: sapete qual è il primo significato? Cambiare il modo di pensare.

Pensare chi? Pensare Dio e pensare gli altri.

Pensare Dio: non dobbiamo pensare che Dio pensi come noi, che sia d’accordo col nostro modo di vivere che spesso è quello del più forte, non dobbiamo pensare che la nostra volontà, e non la Sua, sia il meglio per noi, non dobbiamo pensare che se lui non esaudisce le nostre preghiere sia ingiusto, non dobbiamo pensare che lui abbia preferenze… non dobbiamo pensare tutto questo perché Lui ci ama e vuole solo il nostro bene.

Pensare gli altri: dobbiamo pensare che ogni “altro” è un Gesù da amare, per cui i nostri rapporti con le persone devono essere conseguenti a questa verità. Se vogliamo allora far parte del regno di Dio dobbiamo fare dietro front qualora avessimo imboccato la strada sbagliata, cioè quella in cui l’amore non c’è.

La seconda condizione di cui ci parla Gesù è CREDERE NEL VANGELO: fidarsi, affidarsi a lui, accettare la sua proposta di vita, credere che Dio ha progettato un disegno così bello per la vita di ciascuno di noi che la nostra mente nemmeno può immaginare…

Dopo aver annunciato queste prime parole, Gesù vede Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, pescatori di pesci, e li chiama a diventare “pescatori” di uomini.

Pescare significa gettare le reti e tirare fuori dal mare.

Il mare, nella mitologia dell’antico Medio Oriente, era il luogo della “non vita”, rappresentava i regni del male, delle ingiustizie, delle corruzioni, delle bugie, degli imbrogli…

Compito di coloro che sono entrati nel regno di Dio è tirare fuori dal “mare” gli altri, liberarli dalle reti che li tengono prigionieri, “pescarli” per condurli liberi nel regno della gioia.

I quattro apostoli che Gesù chiama accettano, pur senza capire subito pienamente, ma si fidano di Gesù. Dicono il loro SI’.

Anche a noi è chiesto di staccarci dalle reti che ci impediscono di essere delle persone libere! Le reti potrebbero essere i capricci, le troppe comodità, la pigrizia, gli egoismi, il volere tutto e subito, le prepotenze, le nostre sicurezze…

Gesù ci chiama a slegarci da queste e da tante altre reti che ci bloccano, ci chiama alla libertà, ci chiama a seguirlo nel mondo in cui ci troviamo: a scuola, a casa, in palestra, con gli amici, dappertutto!

Gesù chiama ognuno di noi ad entrare liberi in questo Regno e ci invita a  “pescare” più uomini possibile. Per essere felici.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Vangelo A Fumetti Domenica 25/01/2015

Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

IoVangelo

Cosa significa “Epifania”?

Abbiamo celebrato una festa molto molto importante: l’Epifania del Signore.

Sapete cosa vuol dire questa parola? È una parola greca che significa “manifestazione”.
La manifestazione avviene quando le persone si radunano per una cosa importante e desiderano che tutti la conoscano e la possano vedere. Può essere

una manifestazione di protesta, oppure una manifestazione di solidarietà, oppure una manifestazione di spettacolo…  

Nel nostro caso, cioè nella festa dell’Epifania, abbiamo una manifestazione di divinità..
Appaiono infatti nel Vangelo – e anche nel presepio – dei misteriosi personaggi: i re Magi, che vengono dall’oriente per inginocchiarsi davanti a Gesù.

Il Vangelo dice proprio che si prostrano: cioè si piegano fino a toccare con la fronte il pavimento. In Oriente questo è il massimo omaggio che può essere rivolto a una persona.
Dunque la festa dell’ Epifania, è la “manifestazione di Gesù bambino come Figlio di Dio e perciò come Re e Salvatore di tutti gli uomini della terra”.

La tradizione raffigura i Magi con tre volti precisi: : il volto olivastro di un asiatico, il volto bruno di un mediorientale e il volto scuro di un africano per rappresentare tutti i popoli che cercano Gesù.

È un modo semplice e bello per dire che Gesù non solo è il Messia atteso da Israele, ma è atteso e cercato dalle genti di tutto il mondo.
I Magi riprendono il viaggio, ma stavolta seguono un’altra strada,fanno ritorno per una strada diversa.
E non può che essere così: dopo che si è incontrato Gesù non si può più essere come prima, non si può percorrere le strade vecchie, le strade di sempre! Bisogna seguirlo lungo strade sempre nuove!

Cosa ci insegnano i re Magi?

I re magi vengono da lontano, affrontano un lunghissimo viaggio e passano attraverso tante difficoltà pur di incontrare Gesù.

I re magi ci insegnano allora quanto è importante venire alla Messa la domenica per adorare Gesù… Ci insegnano che bisogna mettersi in viaggio verso la Chiesa anche se fa freddo, anche se piove, anche se sono stanco… perché Gesù è più importante di tutto e di tutti, perché Gesù è Dio.

I re magi provano una “grandissima gioia” al vedere Gesù…

Così ci insegnano che dovremmo venire alla Messa e poi uscire dalla chiesa pieni gioia!

Vogliamo essere come “re magi” oppure “re mogi”? Certe volte le nostre facce all’entrata o all’uscita dalla Messa sembrano più quelle dei re mogi che dei re magi… Vogliamo contagiare la gioia di incontrare Gesù?

I re magi non si presentano a mani vuote.. anzi, portano a Gesù bambino dei regali preziosi: “oro, incenso e mirra”.

I re Magi ci insegnano che anche noi non possiamo venire da Gesù a mani vuote…

La domenica dobbiamo portare a Gesù l’oro, l’incenso e la mirra,cioè: l’oro delle nostre buone azioni compiute durante la settimana; l’incenso delle nostre preghiere; la mirra dei nostri piccoli sacrifici di amore.

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4 gennaio 2015

II Domenica dopo Natale – Anno B

Commento a cura di Sr. Piera Cori

Vangelo – Gv 1,1-8

Il brano del vangelo di Giovanni di questa Domenica è chiamato “prologo”.

Vi chiederete: “Che cos’è un prologo?”.

È una introduzione che serve a dare chiarezza a tutto il resto dell’opera.

Per chi se ne intende di musica, è come la chiave di violino o la chiave di basso poste all’inizio del pentagramma che ci fanno capire come leggere le note, come suonarle, come cantarle.
L’evangelista Giovanni scrive il suo vangelo quasi 70 anni dopo la morte di Gesù.

La sua riflessione sul Maestro, sulla sua vita, è davvero intensa.

Le parole, i gesti, la morte e resurrezione di Gesù, sono stati meditati a lungo e intensamente nel cuore del giovane apostolo, al punto tale che ne è scaturito questo capolavoro che è il suo vangelo. Egli lo imposta proprio come se fosse un grande processo fatto al Cristo: Gesù è la luce che viene processata dalle tenebre.

Leggiamo insieme:

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

Pensate bambini, Giovanni inizia il suo vangelo con le stesse parole con cui inizia il libro della Genesi, il primo libro che troviamo nella Bibbia.

Se noi apriamo la prima pagina di questo libro, troviamo scritto così: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.

Sì, l’autore sacro vuole narrarci la creazione del mondo, come è scaturita la vita, le cose che ci circondano, l’uomo! E, per narrare questo inizio, usa un ritornello che mette sulla bocca del Creatore per ben dieci volte: “…e Dio disse”, come a dirci che il mondo è stato creato con dieci Parole di Dio.

Qui, il vangelo di Giovanni ci dice che all’inizio dei tempi c’e la Parola: questa Parola è presso Dio ed è allo stesso tempo Dio.

Una Parola efficace perché ha realizzato dal nulla tutto ciò che esiste.

Pensate che cosa bella… una parola che diventa fatto, una parola cioè che realizza ciò che dice.

Quante parole diciamo noi durante tutta una giornata?

Tante e tante. A volte forse anche troppe! E quante parole di quelle che diciamo diventano realtà, diventano fatti?

Ma andiamo ancora avanti e ascoltate quanto ci dice san Giovanni: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.

È davvero una bella notizia quella che ci viene offerta! Questa Parola non solo realizza quanto dice, ma è la Vita, è la Luce.

Luce che è così bella, forte, splendente da essere capace di risplendere anche nelle tenebre. Il buio, la notte, il male non riescono a nascondere, a soffocare, a vincere la luce che è Dio.

Ora, l’autore del quarto vangelo ci parla di un personaggio che abbiamo conosciuto qualche domenica fa nel tempo di avvento. Ascoltiamo: “Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”.

Vi ricordate? Ci sta parlando di Giovanni il battista che presenta come il testimone.

Chi è il testimone? E’ uno che ha visto, ha udito, uno che conosce bene le cose ed allora può dire, può raccontare, può testimoniare appunto.

Giovanni è il testimone della luce, non è lui la luce ma è colui che indica la luce a tutti gli altri uomini.
Ma il compito di Giovanni è un compito anche nostro: anche noi siamo chiamati ad essere testimoni di Gesù!

Questo può accadere solo se ci lasciamo illuminare dalla luce, l’accogliamo, la riconosciamo come bene, come benedizione per noi.

Non è facile perché, ci dice l’evangelista Giovanni, può succedere che questa luce, Dio che è nel mondo, non venga dal mondo riconosciuta…

Ma è possibile che uno non riconosca ciò che vale, ciò che dona vita, ciò che è bello?
Purtroppo può succedere!

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto”.

Voglio raccontarvi un fatto accaduto a una stazione della metropolitana di Washington, dove un grande e famoso violinista, Joshua Bell, ha suonato per 43 minuti di seguito in mezzo a passanti frettolosi che lo ignoravano. Eppure lui è un grande concertista che si esibisce nei più famosi teatri di tutto il mondo. Il violino con cui suonava era un violino prestigioso, uno Stradivari, costruito dal grande maestro liutaio nel 1713, del valore di quasi 4 milioni di dollari.
Un talento completamente ignorato perché non era sotto i riflettori, ma suonava semplicemente tra la gente, senza farsi pagare, donando a tutti il suo genio e la sua arte… ma nessuno lo ha riconosciuto come tale.

Gesù viene tra noi, uomo come noi, perché solo così può aiutarci a capire come possiamo essere uomini e donne secondo il progetto di Dio.

Lui è il vero progetto del Padre.

È l’uomo nuovo che ci insegna ad essere uomini secondo il sogno di Dio.

E qual è questo sogno? E’ che gli uomini vivano in comunione tra di loro, rispettando la natura, e in comunione con Dio.

Gesù realizza questo progetto e ci insegna come metterlo in pratica: “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”.

Essere figli di Dio non è frutto di parentela e non è neppure una volontà dell’uomo, ma è un dono per chi crede nel suo Nome.

Credere nel nome di Gesù, significa credere che lui è il Salvatore.

Con questo prologo Giovanni ci dice che Gesù è colui che, proprio perché il Figlio di Dio venuto ad abitare in mezzo a noi, è capace di salvare il mondo con la sua vita donata per amore nostro.
E noi?

Noi vogliamo accogliere con gioia questa Luce, vogliamo essere “voce” come Giovanni Battista che ha testimoniato quello che ha visto e udito di Gesù.

Buona domenica!

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Oggi è nato per voi il Salvatore

Vangelo: Lc 2,1-14 

Anche noi in questa notte di Natale siamo un popolo nelle tenebre. Nella notte ci incamminiamo per recarci nelle nostre chiese, ed è una cosa inconsueta. Generalmente ci andiamo la domenica alla luce del sole, invece per Natale ci incamminiamo nel cuore della notte. Anche a noi, ad un certo punto, appare la luce – è il momento nel quale intoniamo il Gloria: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama. Le nostre chiese si riempiono di luce, suonano le campane, un evento gioioso si rende presente. E’ il momento nel quale – come dice la seconda lettura – appare per noi la grazia di Dio. Appare per noi, cioè si manifesta, si fa vedere la grazia di Dio. “Grazia di Dio” vuol dire dono di Dio, ma vuol anche dire bellezza di Dio. Quale dono il Signore ci fa, quale bellezza vediamo? Che apparizione abbiamo?

Quando la gloria di Dio appariva nell’Antico Testamento, c’erano lampi, tuoni, suono di tromba. Tutti nascondevano la faccia ed avevano paura, proprio come i pastori del vangelo di questa notte. Qui invece, il segno che ci è dato è triplice: un bambino in una mangiatoia, uno straniero, un povero.

Il Signore della storia, questo Dio che può tutto, lo vediamo qui, in questo contesto, apparentemente in balia degli eventi della storia. C’è un censimento che obbliga Maria e Giuseppe a lasciare la sicurezza di Nazareth, per recarsi in un luogo straniero e ostile proprio nel momento in cui Maria deve partorire. I genitori di Gesù si trovano in una situazione di emigrati, si trovano lontani dalla loro patria, e appunto perché stranieri suscitano sospetto, sono messi da parte, sono oggetto di pregiudizi: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? Tutto questo succede nel momento di più grande fragilità, di più grande bisogno: proprio quando Maria deve partorire si trova lontana da casa, sola con Giuseppe, rifiutata.

In cosa tutto ciò manifesta la gloria, la grazia, la bellezza, il dono di Dio? In cosa, attraverso eventi così tristi, vediamo la bellezza di Dio? Tutto dipende dall’immagine che ci facciamo di Dio. Pensiamo a lui come un Dio potente, come ad un imperatore romano che scomoda il mondo intero per misurare l’ampiezza del suo potere, facendo questo censimento, così da poter contare quanti milioni di sudditi ha e soprattutto può determinare quante tasse far pagare loro? Oppure l’idea che abbiamo di Dio è quella di un Dio di cui avere paura, come i pastori che sono presi da grande timore? O ancora abbiamo l’idea di un giudice inflessibile che, quando pecchiamo, è pronto a punirci?

Oppure di un Dio lontano, che è difficile da raggiungere, che forse neanche ci ascolta?

Non c’è niente di bello, niente di grazioso in un tale Dio che in realtà è un riflesso dell’uomo, della sua idea di Dio, è un idolo.

Dio si è chiesto: “Come posso far percepire agli uomini la mia vera bellezza, cioè il mio amore per loro? Come posso far capire loro che vengo non per giudicarli, ma per salvarli, non per infierire su di loro, ma per curare le loro ferite, non per rimproverare loro le loro colpe, ma per liberarli dalla colpevolezza, dal peso che grava sulle loro spalle?” Dio si è chiesto: “Come posso far capire agli uomini qual è la mia vera bellezza? Aiutarli a superare i loro idoli, l’immagine falsa che si fanno di me?”.

Ebbene, quando Dio si è chiesto queste cose, ciò che ha deciso di fare, il modo nel quale ha deciso di farsi vedere, di apparire a noi – il modo nel quale la grazia, la bellezza di Dio ci è apparsa, è stato quello paradossale di un bambino, di un bambino immobilizzato in fasce, in una mangiatoia, pronto a farsi cibo per noi, cioè tutto offerto a noi, dono per noi. E poi, un bambino nella situazione di straniero. Infine, un bambino in una situazione di povertà.

Che cosa straordinaria questa! Ce lo siamo ripetuti, lo abbiamo sentito tante volte, ma non lo avremo mai meditato abbastanza: il luogo che Dio ha scelto per farsi uomo è stato quello dell’emarginazione, della povertà. E’ stato un luogo di rifugio, di riparo, perché non era voluto lì dove vivevano gli altri.

E’ questo il Signore. E’ questo il Dio potente: sulle sue spalle c’è il potere. Grande sarà il suo potere. Però non è il potere che immaginiamo noi, quello che schiaccia, quello che pesa. E’ il potere di colui che conquista per mezzo della sua debolezza.

Che cosa c’è di potente, di bello, in un bambino immobilizzato in fasce in una mangiatoia? C’è di potente il fatto che questa notte, tutti celebriamo la sua nascita. Pensiamoci: 2000 anni fa nasceva un bambino da genitori sconosciuti, in un luogo sconosciuto, emarginato, povero, straniero, e da allora ne celebriamo ogni anno la nascita.

C’è di potente il fatto che questo bambino fa rinascere in noi la speranza, il desiderio di cambiare la nostra vita, di ritornare al Signore, il pentimento. E’ spesso questa la notte, l’occasione nella quale tutti o quasi tutti ci confessiamo, ci riconciliamo con Dio o piuttosto ci lasciamo riconciliare con lui.

C’è di potente il fatto che vedendo Dio rendersi così indifeso, muto, inerme, siamo spiazzati – la nostra immagine, il nostro idolo di Dio è infranto.

C’è di potente che di fronte a un Dio che si fa piccolo in questo modo, non sappiamo, non possiamo, non vogliamo più resistere.

Un bambino ispira tenerezza per un po’, ma poi ci si fa l’abitudine. Questo Dio-bambino invece, ha sconvolto la storia e ci commuove, ci seduce, ci scomoda nel cuore della notte, a mezzanotte, ci conquista da duemila anni. Questo bambino con le braccia aperte, questo Dio impotente, come può essere lui il salvatore? Eppure lo è.

E’ il salvatore, perché Dio non vince con la forza, ma con la persuasione. Non vince con la violenza, ma con la dolcezza. Non vince con la punizione, ma con il perdono e la misericordia.

Questo bambino, questo Dio-bambino ci ripete: “Non abbiate paura. Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo. Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.

Ci ripete: “Non abbiate paura di chi è in una situazione di povertà. Non abbiate paura dello straniero, dell’immigrato”.

La crisi che attraversiamo, manipolata purtroppo da potenti spinte demagogiche, gioca sulle preoccupazioni normali cercando di esasperarle. Vuole farci avere paura di tutto ed in particolare di coloro che sono più inermi e poveri intorno a noi, e spesso proprio dello straniero e dell’immigrato. Vuole che li rigettiamo, che li rifiutiamo. Vuole perpetuare quello che in questa notte è stato fatto subire a Maria, a Giuseppe e a Gesù. Vuole ripetere la storia di duemila anni fa: non c’era posto per lui.

Vuole condurci, ancora oggi, a rifiutare di accogliere Cristo: ogni volta che avrete rifiutato il povero, l’immigrato, lo straniero, avete rifiutato me.

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21 dicembre 2014

IV Domenica di Avvento – Anno B

Commento a cura di Daniela De Simeis

Vangelo – Lc 1,26-38

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Il Vangelo di oggi lo conosciamo molto bene, perché lo ascoltiamo uguale tutti gli anni. Proprio perché lo ricordiamo così bene, corriamo il rischio di dedicargli poca attenzione: tanto sappiamo già cosa succede!

Se ve lo domandassi, in poche parole mi sapreste fare il riassunto. In realtà bastano solo 5 frasi. Proviamo?

1. C’è l’Angelo Gabriele che va da Maria e le porta un annuncio straordinario.

2. Maria è stupita e si chiede come potrà accadere di diventare madre del Figlio di Dio.
3. L’Angelo dice a Maria che dovrà chiamare il figlio Gesù e

4. le offre un segno, come garanzia di verità: anche Elisabetta è incinta, proprio lei che aveva sempre pensato di non poter avere figli!

5. Maria accoglie pienamente l’invito di Dio e l’Angelo Gabriele se ne va. Fine.
Visto? Semplice, breve, chiaro.

Anche i più piccoli, tra i presenti, saprebbero raccontare questo episodio del Vangelo. Quindi, cosa mai possiamo dire di nuovo?

È storia antica, già passata, che non ci riguarda. A noi non è apparso alcun angelo a portare annunci prodigiosi. Siamo contenti per Maria, siamo contenti per Elisabetta, ma non è il caso di fermarsi a lungo su questa pagina, che non tocca la nostra vita.

Eppure… eppure questo Vangelo racchiude tre perle preziosissime, tre frasi speciali, che non possiamo trascurare. Perché, pur trovandosi nel dialogo tra Maria e l’Angelo Gabriele, non sono parole solo per loro, ma sono parole per noi. Hanno da dire qualcosa anche alla nostra vita.

La prima frase, è di due parole: quando l’Angelo Gabriele si presenta da Maria, dopo averla salutata, vedendola stupita per questa visita decisamente inattesa e speciale, le dice: “Non temere!”

Due paroline sole, ma tanto significative. Perché se l’Angelo deve rassicurare Maria, se deve tranquillizzarla, invitandola a non temere, vuol dire che persino lei, concepita senza peccato originale, sognata da Dio fin dall’Eternità, voluta e amata dal Padre prima di tutti i secoli, ha avuto bisogno di essere rassicurata.

Proprio come accade a noi, anche Maria ha conosciuto la paura e il timore, di fronte a chi è più grande di lei. Anche Maria, che consideriamo al di sopra di ogni altra creatura umana, ha sperimentato la nostra stessa emozione: si è sentita piccola e fragile, di fronte alla presenza dell’Angelo. Anche lei si è sentita confusa, ascoltando le parole del messaggero di Dio.

Che bello sapere che Maria è come noi, noi che tante, tante volte ci sentiamo spaventati!

Ci lasciamo spaventare dalle piccole vicissitudini della nostra giornata: i compiti da affrontare, le verifiche in classe, le interrogazioni davanti a tutti, i tornei da vincere…

Quanta paura, nel nostro cuore, quando siamo di fronte alla malattia e alla sofferenza, anche quella piccola piccola, per una caduta in cortile o un po’ di febbre…

E poi ci sono le paure grandi, di fronte a tragedie che ci fanno sentire tanto deboli: le guerre, i terremoti, le inondazioni… ma anche la morte di qualcuno che conoscevamo, di qualcuno a cui volevamo bene…

Noi siamo tutti dei grandi esperti di paure e spaventi, di timori e batticuore. Ma in ogni circostanza, ripeto: in OGNI circostanza, possiamo sentire rivolte a noi le parole dell’Angelo Gabriele: “Non temere!” e sentire Maria accanto a noi, che ci comprende fino in fondo.

C’è poi una seconda frase preziosa e stupenda, nel Vangelo di Luca: di fronte alla perplessità di Maria che non si aspetta certo di diventare la madre del Figlio di Dio e quindi si domanda come ciò sia possibile, l’Angelo Gabriele le risponde: “Nulla è impossibile a Dio!”

Questa è la spiegazione che segue il “non temere” di cui parlavamo un attimo fa, questo è il motivo per cui non abbiamo nulla da temere: perché abbiamo la certezza che nulla, nulla, assolutamente nulla è impossibile a Dio!

Siamo in ottime mani, siamo in salvo, siamo al sicuro, perché siamo immensamente amati da Colui per cui nulla è impossibile.

Pensiamoci un attimo: siamo alla quarta domenica di Avvento, tra meno di una settimana celebreremo il Natale e ci ricorderemo ancora una volta che Dio ha scelto di farsi uomo, ha scelto di farsi neonato, ha scelto di prendere un corpo. Questa è la dimostrazione che nulla è impossibile a Dio: perché Colui che ha creato il mondo e l’Universo intero, Colui che è Signore del Tempo e della Storia, Colui che dona Vita e Felicità, ha scelto di farsi piccolo, di farsi creatura umana, di farsi addirittura Bambino.

Questa è la novità strabiliante che l’Angelo Gabriele annuncia a Maria e all’umanità di ogni tempo: Dio Infinito ed Eterno, si fa vicino, vicinissimo, diventa Dio-con-noi!

E chi se lo sarebbe mai potuto immaginare? Quale mente audace avrebbe mai potuto anche solo pensare qualcosa di così incredibile ed eccezionale?

Ma davvero nulla è impossibile a Dio e Lui sa superare ogni nostra fantasia, ogni nostra immaginazione, con la stupenda realtà dal suo amore!

Ci resta una terza frase che, veramente, è formata da una sola parola: “Eccomi!”

Stavolta non è una parola che arriva dall’Angelo: è la risposta di Maria, di una ragazza come noi.

Dopo aver accolto l’invito a non temere, dopo aver creduto che davvero nulla è impossibile a Dio, Maria risponde con una semplicità strabiliante: “Eccomi!”

Questo è l’augurio che ci facciamo a vicenda, mentre ci avviciniamo al Natale: che ognuno di noi possa sentire, nel profondo di sè, che la paura non ha l’ultima parola nella nostra vita, che il timore non può vincere su di noi, perché siamo figli di un Padre per cui nulla è impossibile!

E con questa certezza nel cuore, di fronte alle tante proposte che il Signore ci farà lungo il cammino dell’anno, auguriamoci di poter rispondere sempre con la stessa semplicità di Maria: “Eccomi!”

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14 dicembre 2014

III Domenica di Avvento – Anno B

Commento a cura di Maria Teresa Visonà

Prima Lettura – Is 61,1-2.10-11

Salmo ResponsorialeCant. Lc 1,46-54

Seconda Lettura  – 1Ts 5,16-24

Vangelo – Gv 1,6-8.19-28

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Oggi, terza domenica di Avvento, è la domenica della gioia.

Tutte le domeniche sono gioiose perché ci incontriamo col Signore Dio per rendergli grazie di tutto quello che ci dona e per rendergli grazie soprattutto del suo dono più grande: il figlio Gesù, nostro Salvatore.

Oggi però, in modo particolare, la gioia è il tema dominante delle letture.

Se siete stati attenti, nella prima lettura Isaia ci invita a gioire nel Signore, mentre nella seconda san Paolo ci invita a stare sempre lieti.

Voi potreste dire: “Ma io sono già contento! Ho mamma e papà, ho gli amici, ho tante persone che mi vogliono bene e ho anche tante cose che mi rendono la vita allegra e serena!”.

Certo, ma tutto ciò è dono di Dio, per cui è la gioia di essere figli Suoi che dobbiamo innanzitutto avere! Dobbiamo viverla questa gioia di essere cristiani!

Nella terza lettura di oggi, il Vangelo, ci viene indicato un motivo importantissimo che ci fa essere nella gioia: la luce.

Avete mai provato a mettervi una benda nera negli occhi? E’ piacevole? Certo che no perché non si vede niente, nemmeno i doni di cui abbiamo parlato prima.

La luce è una cosa preziosa, è una cosa senza la quale noi non potremmo vivere. Se non ci fosse, tutta la natura ne soffrirebbe! Non crescerebbero le piante, i fiori e tutto ciò che ci serve per nutrirci… nemmeno noi saremmo quelli che siamo perché il nostro corpo ha bisogno di luce per stare bene.

Giovanni Battista, che già abbiamo conosciuto domenica scorsa, ci dice che lui è venuto per essere testimone della luce.

La luce di cui parla Giovanni è Gesù.

Facciamo un passo indietro. Voi sapete chi è un testimone?

E’ una persona chiamata ad attestare un qualcosa, a garantirne la veridicità e proprio per questo è molto importante.

Facciamo qualche esempio: ci sono i testimoni dei processi che confermano o negano la realtà dei fatti e senza di loro non si potrebbe giungere alla verità e quindi alla giustizia. Ci sono i testimoni di nozze che attestano che gli sposi hanno contratto realmente il matrimonio e mettono la loro firma come garanzia. Ci sono i testimoni che firmano, in presenza del giudice, gli atti notarili o i testamenti e, con la loro firma, dichiarano che tutto è stato fatto secondo la legge.
Oggi, l’evangelista Giovanni ci dice: “
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce”.

Eccoci qui. Giovanni era stato mandato da Dio e doveva garantire la veridicità che Cristo, luce che salva e dà la vita, era il figlio di Dio.

Doveva testimoniarlo a tutti affinché tutti credessero per mezzo di lui.
Che impegno non da poco, vi pare bambini? Ma Giovanni Battista è stato all’altezza del compito a lui affidato.

Credo sappiate tutti quale era il suo stile di vita: egli viveva nella massima povertà ed umiltà perché aveva capito che il lusso non poteva portare a Dio.

Come abbiamo sentito domenica scorsa, abitava nel deserto, era vestito di peli di cammello, aveva una cintura di pelle attorno ai fianchi, mangiava cavallette e miele selvatico e battezzava nel fiume Giordano.

Il suo battesimo non era come il nostro… una volta le persone lo chiedevano per essere perdonate dai loro peccati e si immergevano, appunto, nel fiume Giordano: era un impegno a cambiare vita, un impegno pubblico di conversione.

Giovanni voleva che tutti si convertissero, voleva che tutti vivessero secondo i Comandamenti, voleva che tutti percorressero la diritta via del Signore, voleva che tutti facessero parte del Regno di Dio!

Per questo si definisce: ”Voce di uno che grida nel deserto”.

Cos’è la voce? E’ un suono.

Noi con la voce possiamo fare tante cose: possiamo cantare, gridare, rimproverare, consolare… ma la voce è comunque un suono che esprime un qualcosa di più importante.
Nel canto, il suono della voce ci fa gustare la bellezza dell’armonia che ascoltiamo; nelle grida fa capire che vogliamo esprimere con forza le nostre idee; nei rimproveri ci indirizza a comportarci bene; nei momenti in cui consoliamo il suono della voce è per amare.

La voce, cioè, è uno strumento che ci porta ad un “di più”.

Facciamo l’esempio delle indicazioni stradali: quando siamo in viaggio le frecce ci sono utili altrimenti non arriveremmo a destinazione, ma non è che noi stiamo lì a guardarle fermandoci davanti ad esse e non ci muoviamo più! No!

Noi, con il loro aiuto, procediamo spediti per arrivare alla meta.
Ecco. Giovanni è la freccia, il segnale, la “voce”, come lui si definisce, che ci porta a Gesù.

I sacerdoti e i leviti vogliono sapere tutto di Giovanni, vogliono capire chi è perché hanno paura di lui, perché sanno che la gente lo segue.

Ma Giovanni non parla di sé, parla di Gesù.

Spinto dai capi del popolo a far conoscere la sua identità, non pronuncia nemmeno il suo nome.
Si definisce la voce di uno che prepara la via al Signore, la voce che, quando ha finito la sua funzione, si disperde.

Lui è consapevole che la sua vita e, poco dopo, la sua morte, hanno solo la funzione di preparare i cuori alla venuta di Cristo.

E noi? Qual è il nostro compito?

E’ uguale a quello di Giovanni: con il nostro modo di essere, di parlare, di vivere dobbiamo far conoscere a tutti Gesù, luce che ci porta al Padre.

Sentite ora questa storiella.

Il tempio buio

Un principe molto ricco decise di costruire una chiesa per tutte le persone che abitavano nel villaggio. Era un bell’edificio elegante, posto sulla collina e dunque ben visibile a tutti. Ma aveva una stranezza: era senza finestre! Il giorno dell’inaugurazione, prima che il sacerdote cominciasse la celebrazione, il principe fece il suo discorso per consegnare il tempio alla comunità. Disse: “Questa chiesa sarà un luogo d’incontro con il Signore che ci chiama a pregarlo ed a volerci bene. Vi chiederete come mai non sono state costruite finestre. Lo spiego subito. Quando ci sarà una celebrazione, ad ogni persona che entra in chiesa verrà consegnata una candela. Ognuno di noi ha un suo posto. Quando saremo tutti presenti, la chiesa risplenderà ed ogni suo angolo sarà illuminato. Quando invece mancherà qualcuno, una parte del tempio rimarrà in ombra”.

Avete capito bambini? Voi che amate e siete amati da Dio, avete questa grande responsabilità: conoscendo la gioia della luce non la potete tenere solo per voi stessi, la dovete diffondere. Nessun vostro prossimo deve rimanere al buio!!! 

Ognuno di voi deve essere luce per gli altri: nella famiglia o a scuola o in parrocchia o nelle varie attività che quotidianamente svolgete, avete un posto particolare che solo voi potete illuminare per portare tutti a Gesù.

 

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Oggi festeggiamo il sacramento dell’Eucaristia che il Signore ci ha lasciato come segno della sua presenza, della sua realtà corporale, del suo sacrificio sulla croce e della vita eterna di cui ci ha reso partecipi. Gesù ce ne parla in termini di corpo e di cibo. La realtà del dono del Padre alla nostra umanità si esprime, dall’inizio alla fine, sotto forma di corpo. Si tratta dapprima della realtà carnale del corpo fatto di carne e sangue, che soffre e muore sulla croce. È questo corpo ferito che risorge e che Gesù dà da vedere e da toccare agli apostoli. Ma Gesù non si ferma qui. Suo corpo è anche la Chiesa (Col 1,18), corpo mistico di cui Cristo è la testa. Ed è infine questo corpo sacramentale che nutre coloro che lo mangiano: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo!” (Mt 26,26).
Già i primi cristiani paragonarono il corpo spezzato di Cristo al grano, macinato in farina per diventare pane, dopo essere stato mischiato all’acqua della vita e passato nel fuoco dello Spirito.
Questo pane spirituale, fatto dal grano del campo che è Gesù (Gv 15,1), divenendo, come il vino dell’Eucaristia, nostro cibo, nutre in noi la vita divina, che è vita eterna. E Gesù, ancora una volta, afferma: “Io sono”. Qui dice: “Io sono il pane”. Gesù costituisce il solo nutrimento che possa dare la vita divina. Chi non mangia di questo pane non avrà la vita in lui (Gv 6,53). Ecco perché noi celebriamo oggi la realtà umana e divina del Verbo fatto carne e anche quella del corpo risorto; ed ecco perché ci dà davvero quanto promesso. Attraverso lui, siamo concretamente in comunione con il nostro Dio. Bisogna essere presenti alla sua presenza reale.

 

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore

SETTIMANA  SANTA 2014

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù – Bellaria

C E L E B R A Z I O N I

SIGNIFICATO LITURGICO

 13/04/2014  DOMENICA DELLE PALMEOre 09,30 – Benedizione e distribuzione delle palmedavanti alla SCUOLA TRE PONTI (Cagnona).S. Messa in chiesa.Ore 11,00 – Benedizione e distribuzione delle palme inP.zza Matteotti – Processione lungo il viale

Paolo Guidi – S. Messa in chiesa.

(in caso di maltempo la liturgia si svolge in chiesa)

Sei giorni prima della solenne celebrazionedella Pasqua, quando il Signore entrò inGerusalemme, gli andarono incontro i fanciulli:portavano in mano rami di palma e acclamava-no a gran voce: “Osanna al figlio di David. Gloria a te che vieni, pieno di bontà e di misericordia.    (dalla liturgia) 
 14 – 15 -16 Aprile (lunedì, martedì, mercoledì) 

ADORAZIONE SOLENNE DELL’EUCARISTIA

(40 ORE)

Ore 08,30 – Liturgia delle Lodi ed esposizione dell’Eucarestia.

 

Ore 17,30 – Liturgia dei Vespri

Ore 18,00 – S. Messa con reposizione dell’Eucaristia.

 

Confessioni tutto il giorno.

 

Lunedì 14 – Martedì 15 – Mercoledì 16 ore 21

Adorazione eucaristica nelle case.

 

Chi è disponibile ad accogliere Gesù nella propria casa, prenda contatto con d. Tonino.

 

“Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto  per vomitarti dalla mia bocca.Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa  nudità e collirio per ungerti  gli occhi e ricuperare la vista. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convertiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.  (Apocalisse 3, 15-20)                                           
 16 Aprile – MERCOLEDI’ SANTO 

S. MESSA CRISMALE

Ore 15,30 – in Basilica Cattedrale – Rimini

                     Il Vescovo concelebra con i sacerdoti della

diocesi la Messa Crismale e benedice gli

Oli Santi: serviranno per la celebrazione dei

sacramenti del Battesimo, della Cresima,

dell’Ordine e dell’Unzione degli Infermi.

“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”.  (Luca 4, 18-19)
 17 Aprile – GIOVEDI’ SANTO La Chiesa ricorda l’istituzione dell’Eucarestia, del Sacerdozio e il Comandamento Nuovo dell’Amore. Ore 08,30 – Liturgia delle LodiOre 15,00 – Sacra rappresentanza della Cena del Signore

animata dai ragazzi della catechesi

Ore 17,30 – Liturgia dei Vespri

Ore 21,0 –   Celebrazione dell’Ultima Cena con la Lavanda dei piedi.

 

Segue Adorazione Eucaristica fino alle ore 24.

 

Nella celebrazione eucaristica si raccoglieranno i salvadanai e le offerte per sostenere l’attività caritativa di Quaresima

       

 

“Il Signore si alzò da tavola, versò dell’acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi ai discepoli: ad essi volle lasciare questo esempio”.  (dalla liturgia) 

C e l e b r a z i o n i

 Significato  liturgico
 18 Aprile – VENERDI’ SANTO La Chiesa celebra la memoria della Passione e Morte del suo Signore.  E’ giorno di digiuno e di astinenza dalla carne. Ore 08.00 – Partenza dei giovani per la Via Crucisdiocesana.

Ore 08,30 – Liturgia delle Lodi

Ore 15,00 – Recita della Coroncina della divina Misericordia – Via Crucis della catechesi.

                     (in teatro)

Ore 17,30 – Liturgia dei Vespri

Ore 21.00 – Celebrazione liturgica della Passione e Morte del Signore.

 

Confessioni tutto il giorno

 

 “Ricordati, Padre, della tua misericordia. Santifica e proteggi questa tua famiglia, per la quale Cristo tuo Figlio inaugurò nel suo sangue il mistero pasquale”. (dalla liturgia)
 19 Aprile  – SABATO SANTO Ore 08,30 – Liturgia delle LodiOre 10.00 – Liturgia di benedizione delle uova pasquali alCentro.Seguono le CONFESSIONI fino alle ore 19

 

Ore 15.00 – Liturgia di benedizione delle uova pasquali

alla Cagnona.

Seguono le CONFESSIONI fino alle ore 17

 

Ore 17,30   –  Liturgia dei Vespri

Ore 21.30 – Solenne Veglia pasquale (è la S. Messa di Pasqua.)

 

Ritrovo presso Piazzale Kennedy (Bagno 35) per la liturgia della LUCE.

 

……giorno di silenzio,                            di preghiera                                     e di attesa………..

 

20 APRILE – DOMENICA DI  PASQUA

 

Sante Messe: Chiesa del Sacro Cuore: ore 8.30 – 10,00 – 11.15 – 18.00

Chiesa della Cagnona: ore 10,00

 

 

 

21 APRILE – LUNEDI’ DI PASQUA

 

Sante Messe: Chiesa del Sacro Cuore: ore 8.30 – 11.15 – 18

 

Chiesa della Cagnona: ore 10

 

Liturgia

Vaticano

Il Santo del giorno