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Liturgia

CorpusDomini2017

DOMENICA 7 MAGGIO 2017

CRESIMA E PRIMA COMUNIONE

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ore 9,00 Chiesa S. Margherita – ragazzi di Bellaria Monte

ore 11,00 Chiesa S. Cuore – ragazzi di Bellaria Centro

Celebrazione dell’Ultima Cena e Lavanda dei piedi:

Ore 19,30 chiesa Bellaria Monte

Ore 21,00 chiesa Bellaria Centro

Ore 21,00 chiesa San Mauro Mare

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Parola del Signore

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Gesù trascorre le ultime ore della sua vita terrena in compagnia dei suoi discepoli. Il Maestro manifesta un amore straordinario per gli apostoli, impartendo loro insegnamenti e raccomandazioni. Durante l’ultima Cena, Gesù ha mostrato – con le sue parole – l’amore infinito che aveva per i suoi discepoli e gli ha dato validità eterna istituendo l’Eucaristia, facendo dono di sé: egli ha offerto il suo Corpo e il suo Sangue sotto forma di pane e di vino perché diventassero cibo spirituale per noi e santificassero il nostro corpo e la nostra anima. Egli ha espresso il suo amore nel dolore che provava quando ha annunciato a Giuda Iscariota il suo tradimento ormai prossimo e agli apostoli la loro debolezza. Egli ha fatto percepire il suo amore lavando i piedi agli apostoli e permettendo al suo discepolo prediletto, Giovanni, di appoggiarsi al suo petto. Nella sua vita pubblica, Gesù ha raccomandato più di una volta ai suoi discepoli di non cercare di occupare il primo posto, ma di aspirare piuttosto all’umiltà del cuore. Ha detto e ripetuto che il suo regno, cioè la Chiesa, non deve essere ad immagine dei regni terreni o delle comunità umane in cui ci sono dei primi e degli ultimi, dei governanti e dei governati, dei potenti e degli oppressi. Al contrario, nella sua Chiesa, quelli che sono chiamati a reggere dovranno in realtà essere al servizio degli altri; perché il dovere di ogni credente è di non cercare l’apparenza, ma i valori interiori, di non preoccuparsi del giudizio degli uomini, ma di quello di Dio.
Nonostante l’insegnamento così chiaro di Gesù, gli apostoli continuarono a disputarsi i primi posti nel Regno del Messia.
Durante l’ultima Cena, Gesù non si è accontentato di parole, ma ha dato l’esempio mettendosi a lavare loro i piedi. E, dopo aver finito, ha detto: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,13-14).
La Cena si ripete nei secoli. Infatti Gesù ha investito gli apostoli e i loro successori del potere e del dovere di ripetere la Cena eucaristica nella santa Messa.
Cristo si sacrifica durante la Messa. Ma, per riprendere le parole di san Paolo, egli resta lo stesso “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8).
I credenti che partecipano al Sacrificio eucaristico cambiano, ma il loro comportamento nei confronti di Cristo è più o meno lo stesso di quello degli apostoli nel momento della Cena. Ci sono stati e ci sono tuttora dei santi e dei peccatori, dei fedeli e dei traditori, dei martiri e dei rinnegatori.
Volgiamo lo sguardo a noi stessi. Chi siamo? Qual è il nostro comportamento nei confronti di Cristo? Dio ci scampi dall’avere qualcosa in comune con Giuda, il traditore. Che Dio ci permetta di seguire san Pietro sulla via del pentimento. Il nostro desiderio più profondo deve però essere quello di avere la sorte di san Giovanni, di poter amare Gesù in modo tale che egli ci permetta di appoggiarci al suo petto e di sentire i battiti del suo cuore pieno d’amore; di giungere al punto che il nostro amore si unisca al suo in modo che possiamo dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

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Ceneri a Padre Pio

La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell’imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l’importanza di questo segno.

La teologia biblica rivela un duplice significato dell’uso delle ceneri.

1 – Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell’uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…” (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: “Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere” (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell’uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).

2 – Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: “I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere” (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: “Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore” (Gdt 4,11).

La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: “Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai” e “Convertitevi, e credete al Vangelo”. Adrien Nocent sottolinea che l’antica formula (Ricordati che sei polvere…) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi…) esprime meglio l’aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio.

Mercoledì 10 febbraio 2016 – Liturgia delle Ceneri: orario delle SS. messe ore 17,00 – S. Messa a Bellaria Centro.
ore 19,00 – Ss. Messe a Bellaria Monte e a San Mauro Mare.
ore 21,00 – S. Messa a Bellaria Cagnona.

Ivan Kramskoy. Christ in the desert. 1872.

Eccomi, Signore, manda me!

DonTonino

1. “Antonio Brigliadori!” – “Eccomi, Signore!”. Tutta la vita di don Tonino è fluita tra la sponda di questa chiamata e la sponda di questa risposta. Tutta la vita, infatti, è vocazione: è chiamata del Signore misericordioso e risposta di noi poveri mortali.

La prima chiamata è alla vita. Il Dio misericordioso e onnipotente chiama le stelle per nome: esse rispondono “Eccoci!”, e brillano di gioia per il loro Creatore (cfr Bar 3,34s). Il Signore, la cui misericordia si stende di generazione in generazione, ha creato quest’universo senza confini, ma il giorno più bello di tutti creò le mamme, i babbi e i bambini. Da quello sconfinato “magazzino” degli esseri possibili, il Signore ha avuto misericordia del nostro nulla e ci ha tratti fuori dal buio del non-essere per chiamarci alla luce dell’essere. Perciò io non sono padre del mio io: ma questa non è la mia condanna. E’ semmai la mia più grande fortuna, altrimenti sarei costretto a farmi e a rifarmi in continuazione, a guarirmi da solo, a programmarmi la vita. Al contrario, Dio c’è, ma non sono io: posso abbandonarmi. Ecco la bellezza dell’avventura cristiana: “Io sono Tu che mi fai” (don Giussani).

Ma fin dai primi giorni dopo la nascita, il piccolo Tonino è stato chiamato alla vita nuova: “Antonio, io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. E poi è stato chiamato a ricevere lo Spirito Santo nella cresima: “Antonio, io ti segno con il segno della croce e ti confermo con il crisma della salvezza”. E poi ancora a ricevere l’eucaristia: “Il corpo del Signore nostro Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna”. Ma fin da piccolo Tonino ha percepito la bellezza della chiamata al sacerdozio: “Tonino, vieni e seguimi”. E ancora una volta Tonino ha detto sì, con lo slancio e la beata “incoscienza” dei buoni ragazzi. Arriviamo così al 22 giugno 1969, data dell’ordinazione sacerdotale. Dopo un breve periodo come cappellano a Misano Mare, dal 1970 al ’76 il giovane don Tonino è vice-rettore in seminario. Quindi arriva il primo incarico come parroco, al Crocifisso in Rimini, dove rimane fino al 1993.

2. Qui abbiamo un’altra litania di “Eccomi, Signore!”, di cui conserviamo documentazione scritta. In data 8 aprile 1993 don Tonino scrive al Vescovo una lettera brevissima: “Ecc.za Rev.ma, le ripresento la richiesta di una mia sostituzione nella parrocchia di s. Andrea-Ausa. Le offro la mia disponibilità per la missione in Albania. Auguri di santa Pasqua”. Dopo Pasqua gli arriva la risposta di Mons. De Nicolò:

“Carissimo Don Tonino, accolgo il tuo desiderio di rinunciare alla parrocchia di s. Andrea dell’Ausa. Lo interpreto come disponibilità anche personale a far emergere, in modo sempre più significativo, il volto missionario della Chiesa. Ti sono pertanto molto grato non solo per il molto bene che hai fatto negli anni del tuo ministero a s. Andrea dell’Ausa, ma anche per questa disponibilità, che è di gran buon esempio per tutto il presbiterio diocesano. Al Crocifisso hai lavorato molto bene: lasci una parrocchia fiorente, per validi collaboratori laici, feconde attività pastorali, adeguate strutture materiali. Hai tracciato un segno duraturo, un solco      nel quale altri potrà proficuamente continuare il lavoro. (…). Confido molto nella tua ricchezza interiore che alimenta il tuo agire sacerdotale. Ti abbraccio e di cuore ti accompagno con la mia benedizione”.

Nove anni dopo, il 25 marzo 2002, con un’altra lettera brevissima, don Tonino offre al vescovo Mariano un nuovo “Eccomi!”:

“Ecc.za Rev.ma, con il primo giugno c.a. si compiono nove anni della mia presenza nella parrocchia di Gesù Redentore in Riccione, con l’ufficio di parroco. In conformità allo spirito degli ordinamenti diocesani, rimetto nelle sue mani l’ufficio ricevuto. Ringrazio per la fiducia accordatami, rinnovo la mia disponibilità a servire la Chiesa dove sia più utile la mia presenza, e colgo l’occasione per porgerLe gli auguri di una santa Pasqua”.

Ed ecco la risposta del vescovo Mariano:

Carissimo don Tonino, ho ricevuto il tuo biglietto, nel quale rimetti l’ufficio di Parroco di Gesù Redentore, essendo trascorsi nove anni della tua nomina in tale parrocchia. Quando tu sei stato nominato parroco di Gesù Redentore non vigeva ancora nella nostra diocesi la norma della nomina ad novem annos. Ho pertanto molto apprezzato, e a maggior motivo, il tuo gesto e l’esempio di disponibilità che esso offre; d’altronde conosco il tuo stile, del quale hai già dato testimonianza quando hai lasciato la parrocchia di s. Andrea dell’Ausa. Al momento tengo          presente la tua disponibilità. Più avanti potrò sciogliere questa riserva, quando il  quadro complessivo delle necessità e delle proposte sarà più definito. Ti ringrazio per il buon lavoro che porti avanti come parroco, come vicario foraneo e come delegato per il Diaconato permanente (…)”.

3. Dopo aver sgranato i misteri gaudiosi del pellegrinaggio di don Tonino, arriviamo a quelli dolorosi. Il 15 marzo scorso, V.a domenica di Quaresima e I.a di Passione, mi arriva una telefonata allarmante del Vicario generale: “A don Tonino sono stati diagnosticati ben tre tumori: al fegato, al pancreas e ai polmoni, e non è operabile. Non ci resta che pregare e tribolare”. Più tardi riesco a raggiungere don Tonino per telefono, ma con mia grande sorpresa è, come al solito, sereno. Mi conferma la notizia e conclude. “Sarà quel che il Signore vorrà”. Il primo aprile, al termine della messa crismale, viene a salutarmi con il suo sorriso schietto e solare, come sempre. La sera, nella cappellina, scrivo sul diario: “Signore, donaci fede e salute, e quando ci togli la salute, donaci più fede”. Qualche giorno dopo per telefono mi chiede di ricevere, insieme ad alcuni malati della parrocchia, l’unzione degli infermi, cosa che sarebbe poi avvenuta la sera della domenica in albis. Approfitto per dirgli che diversi confratelli mi suggeriscono di chiedere la grazia della sua guarigione, affidandola all’intercessione di don Oreste. Mi risponde con le parole che ho fatto riportare nel suo ricordino:

“Mi suggerite di chiedere con voi tutti la grazia della mia guarigione al Signore, per la preghiera di don Oreste: è stato il mio padre spirituale in seminario e l’ho   sempre considerato come un prete santo. Perciò vi ringrazio e condivido. Ma a due condizioni: la prima, se don Oreste ha qualche ‘buona carta’ da giocarsi – come certamente avrà – che se la giochi per qualche altro che ne ha più bisogno di me. La seconda, comunque il Signore continui a donarmi la pace di fare la sua volontà, fino alla fine”.

E così è stato, ma con la sorpresa di un supplemento di gioia: in tutta la sua malattia don Tonino nessuno l’ha mai visto triste, anzi ha conservato fino all’ultimo il suo sorriso buono e dolce.

E arriviamo agli ultimi misteri dolorosi, quelli della settimana santa di don Tonino. Lunedì 10 agosto, memoria di san Lorenzo, diacono della Chiesa di Roma, difensore e amico dei poveri. “San Lorenzo, chicco di grano buono, cotto al fuoco del dolore, vieni a prendere don Tonino, grande amico e formatore dei nostri diaconi”. Ma non era ancora giunta la sua ora. Martedì 11 agosto, memoria di santa Chiara. “Chiara di Dio, umile pianticella di Francesco, diacono della Chiesa di Assisi, pecorella dolce e mite del buon Pastore, vieni tu a prendere don Tonino, servo povero e buono di Gesù, il grande pastore del gregge di Dio”. Ma non era ancora giunta la sua ora. Mercoledì 12 agosto, la liturgia riporta il racconto della morte di Mosè. “Mosè, servo di Israele, tu che hai visto la terra promessa da lontano, vieni tu a prendere don Tonino. Fagli passare il mare della morte e portalo nella terra santa, “che solo amore e luce ha per confine”. Ma non era ancora giunta la sua ora. Giovedì 13 agosto, memoria della beata Elisabetta Renzi, figlia della nostra terra. “Beata Elisabetta, Madre delle Maestre Pie dell’Addolorata, tocca a te: vieni tu a dare un passaggio a don Tonino verso la sponda della patria beata”. Ma non era ancora giunta la sua ora. Venerdì 14 agosto, memoria di san Massimiliano Kolbe. “San Massimiliano, tu che ti sei offerto al posto di un povero padre di famiglia, vieni tu a prendere don Tonino – che si è tirato indietro nella fila di quanti si rivolgono alla preghiera di don Oreste – e lui ha fatto questa scelta per far posto a qualche altro che ha più bisogno”. Neanche stavolta era ancora giunta la sua ora. Alla sera di quel “venerdì santo” di don Tonino, ormai ai primi vespri dell’Assunta, passo a visitarlo: è in agonia; vedo che l’immagine di Gesù in croce gli si è stampata perfino in faccia. In un istante si sveglia, mi guarda e mi sembra che mi riconosca. Muove appena le dita di una mano, come per un ultimo saluto. Andando a casa, mi porto in cuore una certezza: ormai solo Maria ha il diritto di svegliarlo e lo farà proprio nel giorno della sua festa. E proprio così avviene: alle 2,45 della notte santa Maria è venuta, ma non da sola. E’ venuta con san Lorenzo, santa Chiara, con il santo Mosè, la beata Elisabetta e san Massimiliano Kolbe. Ma ne sono sicuro: c’era anche Alberto Marvelli, e chiudeva la fila don Oreste, il quale deve essere stato molto lieto per la grazia fatta a don Tonino: non quella della salute terrena, ma la gioia della salvezza eterna, con l’anticipo di quel sorriso, rimasto luminoso fino all’ultimo. Più grazia di così…

3. Ma adesso tocca a noi dire grazie a don Tonino. Sì, lo so: il grazie è al Signore per averci dato don Tonino. Ma so che Gesù non si offende, se ora mi viene di rivolgermi direttamente a don Tonino.

Caro Don, grazie da parte mia, perché non mi hai mai fatto pesare i miei limiti; perché non mi hai mai fatto temere per la fedeltà al dono del tuo ministero; perché non mi hai mai fatto pesare i tuoi problemi, neanche i gravi problemi della tua salute.

Grazie da parte del presbiterio tutto. Perché ci hai testimoniato che anche i preti sanno morire da cristiani, se amano Gesù. Grazie perché ci hai testimoniato ciò che è essenziale nel nostro ministero: stare con Gesù, anzi dimorare in lui, altrimenti facciamo i padroni della fede altrui, anziché essere i collaboratori della loro gioia. Scusaci se qualche volta abbiamo criticato alcune tue rigidità, limitandoci a vedere solo le righe storte – come se non ce ne avessimo anche noi – senza leggere le parole dritte che il Signore stava scrivendo nel tuo ministero.

Grazie da parte dei diaconi permanenti, che hanno trovato in te una guida sicura, forte e mite, aiutandoli ad essere membra vive di un organismo vivo, quello della Chiesa, e non una organizzazione speciale o una corporazione appartata.

Grazie da parte dei tuoi familiari, da cui ti sei fatto volere bene e ai quali hai fatto tanto bene con la tua parola, con l’affetto e con l’esempio di una bella vita cristiana.

Grazie da parte delle comunità che hai servito, in particolare quelle del Crocifisso, dell’Alba e in modo specialissimo, questa di Bellaria mare.

Ora riposa in pace, ma poi svegliati presto e mettiti subito in movimento. Chiedi al buon Pastore il permesso di venire a passare il tuo cielo qui sulla terra, in mezzo a noi, fino a quando anche solo l’ultimo dei confratelli, dei diaconi, dei tuoi familiari, dei cristiani che hai amato e servito, non sarà stato tratto in salvo e traghettato in patria.

Ora permettimi un ultimo saluto. Quando ti incontravo e ti chiedevo come stavi, tu rispondevi immancabilmente: “Da Dio!”. Ora è giunta la tua ora, e tu ora stai veramente da Dio. Allora lascia che io, a nome di tutti, ti saluti così, semplicemente: “A Dio, don Tonino!”.

Bellaria – Chiesa del Sacro Cuore – 17 agosto 2015

+ Francesco Lambias

Sabato 22 agosto negli orari 8.00 , 18.00 e 21.00 verranno celebrate le SS. messe di settima in suffragio per don Tonino.

La S. messa delle 21 sarà celebrata dal vescovo Francesco.

Nelle stesse messe verrà celebrato l’anniversario della morte di don Giuseppe , primo parroco.

Don Tonino

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Carissimi,

la nostra Diocesi ha il privilegio di accogliere dal 20 al 24 Giugno, le reliquie di Santa Bernardette Soubirous.

Martedì 23 giugno 2015 le Reliquie saranno esposte nella nostra parrocchia del Sacro Cuore di Gesù – Bellaria,.

–          ore 10,00 Arrivo delle Reliquie

–          ore  10,30 Santo Rosario

–          ore 11,00 Santa Messa

–          dalle ore 12,00 preghiera personale

–          ore 14,00 Salutiamo Santa Bernardette

 

maurlourdes

II Domenica di Quaresima – Anno B

Prima Lettura – Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18

Salmo ResponsorialeSal 115

Seconda Lettura  – Rm 8,31b-34

 Dal vangelo secondo Marco 9, 2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

vangelo 1 marzo 2015

Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

IoVangelo

 

 

 

Commento per i bambini a cura di Daniela De Simeis

In questa seconda domenica di Quaresima siamo invitati a partecipare alla straordinaria esperienza che vivono  Pietro, Giacomo e Giovanni: la Trasfigurazione.

L’evangelista Marco, probabilmente ha raccolto la narrazione di quanto è avvenuto, proprio dalle parole di Pietro ed infatti il suo Vangelo è pieno di dettagli rispetto a ciò che accade in cima ad un monte alto, di cui non ci riporta il nome.

L’inizio del brano mi sembra già molto significativo: “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli.”

Mi riesce facile immaginare l’orgoglio con cui i tre discepoli si sono avviati con il Rabbi verso il monte. Tra tutti i Dodici, ha scelto loro tre. Vuole salire sul monte, andare in disparte da tutti, ma si fa accompagnare proprio da loro.

Non vi sembra di sentire i commenti tra gli Apostoli? “Ma dov’è che stanno andando? A far cosa? Chissà perché avrà scelto proprio loro?”

E mentre si moltiplicano le domande e le curiosità, sussurrate a mezza voce, Pietro, Giacomo e Giovanni seguono il Maestro con l’espressione soddisfatta e quasi trionfante: per questa volta, potranno tenersi Gesù solo per loro, potranno fare qualcosa di diverso dagli altri, qualcosa di speciale!
Salgono insieme e, come abbiamo letto, raggiungono un luogo appartato.

Anche questo è un particolare da sottolineare: gli Apostoli non sanno bene che cosa sta per succedere, ma Gesù sa che stanno per sperimentare qualcosa di grande, un faccia a faccia con Dio!
Per questo è necessaria la calma, l’intimità. Dio non si manifesta se non al cuore, quindi c’è bisogno di silenzio e di tranquillità. Si spostano in alto, dove nessuno li disturberà, dove non arrivano più le voci degli amici e i richiami della folla che ormai da tempo segue il giovane Rabbi.
Silenzio, solitudine, calma: questo è il clima che il Maestro e Signore vuole perché il trio, possa sperimentare l’incontro con Dio in modo autentico e profondo.

Ed eccoli arrivati in cima:“Si trasfigurò davanti a loro  e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.” 

Cosa vuol dire che “si trasfigurò”? Non è un’esperienza che facciamo abitualmente. Potremmo dire che si trasforma, che cambia il suo aspetto. Non così tanto da non riconoscerlo più, ma abbastanza da riuscire a capire che il volto del Maestro che vedono tutti i giorni, non è tutto, non è il suo volto completo.

Nella Trasfigurazione si manifesta la sua identità di Dio, che ancora non hanno imparato a guardare.
Per noi, oggi, è quasi naturale, considerare Gesù come Figlio di Dio, ma per i suoi contemporanei questo non era normale proprio per nulla. Anche gli Apostoli comprendevano fino a un certo punto: riuscivano a riconoscerlo come inviato dal Padre, magari come il Cristo, il Messia atteso da secoli, ma non avevano capito che era proprio il Figlio di Dio.

Lì, sul monte, Gesù mostra il suo volto completo: il suo viso di uomo e la sua identità di Dio.
Pietro e gli altri quasi non sono in grado di trovare le parole per raccontarlo, per spiegarlo a chi non c’era. Si concentrano su un particolare che potrebbe anche sembrarci secondario: le vesti di Gesù. Abbiamo letto: ”Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.”

Cosa indica tutto questo bianco, talmente candido da emanare luce?

Questa luce rivela che quel Rabbi che stanno seguendo ormai da tre anni, non solo è un Maestro sapiente, ma è anche il Signore Dio.

Questa nuova consapevolezza, questa straordinaria verità, è così sconvolgente da  abbagliare, la mente e il cuore.

Mentre sono ancora frastornati da una rivelazione tanto sconcertante, ecco che accade un’altra cosa incredibile: ”E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.”

C’è tutto il riassunto delle Scritture in queste due figure: Mosè, che ha ricevuto la Legge; ed Elia, il grande profeta salito al cielo su un carro di fuoco. E Gesù è lì, che conversa con loro.

Non sappiamo cosa si dicono: forse parlano della Passione, ormai vicina. Forse parlano della Resurrezione che lo attende dopo la terribile esperienza della morte in croce.

Non sappiamo neppure se i tre discepoli saliti sul monte riescono a capire di cosa stiano parlando o se siano semplicemente assorbiti da quelle presenze e da quella luce abbagliante.
In fondo, per essere sinceri, anche se non sappiamo cosa viene detto in questa conversazione, non è poi così importante. Ciò che conta è questa bella familiarità tra Gesù e i nostri padri nella fede. Dev’esserci tra loro un atteggiamento di tale confidenza e serenità, che Pietro trova il coraggio di lanciarsi in una proposta: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!”

Facciamo tre tende… in concreto, significa: restiamo qui!

Si sta così bene, lontani dalle preoccupazioni, lontani dalla quotidianità…

Restiamo qui, ad assaporare un anticipo di Paradiso, quando anche noi potremo conversare amabilmente con i patriarchi, i profeti e tutti i santi…

Non fanno in tempo a completare il desiderio che la scena cambia: una nube avvolge il monte, dalla nube luminosa giunge la voce del Padre che invita ad ascoltare il suo Figlio diletto, ultima e definitiva conferma dell’identità di Gesù.

E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.”

L’assaggio di Paradiso è finito, ma gli Apostoli non si sentono abbandonati: c’è Gesù con loro.

Tutto il resto è scomparso: la luce, la voce, le vesti bianchissime, Mosè ed Elia… tutto finito. Ma resta l’essenziale: insieme a loro, c’è Gesù.

Credo ci sia lo stesso dono anche per noi, in questa seconda domenica di Quaresima. Per noi, che sul monte non siamo saliti, per noi che non sappiamo neppure immaginare come debba essere stata la Trasfigurazione, per noi che la voce del Padre non l’abbiamo mai udita.

Però abbiamo la stessa certezza degli Apostoli: non siamo soli. C’è Gesù con noi.

Sempre.

Questo sia il pensiero, il respiro, la canzone, che accompagni ogni nostro giorno della settimana che inizia oggi.

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Mercoledì delle Ceneri ore 17,00 CHIESA CENTRO
ore 21,00 CHIESA CAGNONA

VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Prima Lettura – Lv 13,1-2.45-46

Salmo ResponsorialeSal 31

Seconda Lettura  – 1Cor 10,31-11,1

Dal vangelo secondo Marco 1, 40-45

Dal vangelo secondo Marco 1, 40-45

E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

IoVangelo

 

 

 

Commento per i bambini a cura di Maria Teresa Visonà

Vi siete mai sentiti, in qualche momento, soli?

Forse a voi è capitato raramente perché siete giovani, avete vicino mamma e papà, o i nonni, oppure altre persone che vi vogliono bene.

Ma forse qualche volta vi è capitato… provate a pensarci. Non è una bella sensazione la solitudine… sembra di non avere nessuno su cui contare, ci si domanda anche se noi contiamo per qualcuno!

A me, che sono adulta e che mi succede spesso di essere da sola, quando è notte mi viene una paura!!! La mia mente comincia a pensare ad esempio ai ladri, o al terremoto o ad altre cose spiacevoli che invece, quando sono in compagnia, non mi frullano nemmeno per la mente.
Se poi la solitudine è accompagnata dalla malattia, la cosa diventa davvero brutta.
Nel vangelo di oggi, l’evangelista Marco ci parla proprio di una persona malata e sola: un lebbroso.
Per noi, adulti e bambini del 2015, è difficile comprendere cosa volesse dire essere lebbrosi ai tempi di Gesù. La lebbra era considerata, oltre che una malattia fisica, anche una malattia spirituale. Era credenza che chi la contraeva fosse perché aveva combinato qualcosa di grave, avesse peccato, per cui Dio puniva il peccatore in questo modo. Solo se si pentiva, se non peccava più e faceva una penitenza adeguata si pensava che potesse guarire. Finché il lebbroso era malato, sempre secondo la mentalità di allora, voleva dire che Dio lo stava castigando e, fino a quando nel suo corpo c’erano i segni della malattia, doveva sentirsi indegno di avvicinarsi a Lui.

La persona malata doveva rispettare delle regole prescritte dalla legge di Mosè: era considerato come un morto vivente, veniva escluso dalla vita della comunità, doveva vivere fuori dal paese, lontano da tutti, e non poteva nemmeno entrare nel Tempio per rendere culto a Dio.

Doveva portare dei campanelli alle mani o ai piedi in modo tale da far capire a tutti coloro che incontrava che era malato e che non doveva essere avvicinato, doveva gridare “immondo, immondo”, come a dire “state lontani da me”.

Era una malattia infettiva molto brutta che colpiva la pelle ed i nervi delle mani e dei piedi, ma anche gli occhi, le mucose del naso, e deturpava in modo grave le persone.

Chi riusciva a sconfiggere questa malattia doveva andare dai sacerdoti che ne attestavano pubblicamente la guarigione e così poteva ritornare alla sua vita normale.

Da quanto fin qui detto, capite bene che tutte le persone sane si guardavano bene dal farsi avvicinare da un lebbroso! Non così per Gesù.

Sentiamo quello che ci dice l’evangelista Marco.

“In quel tempo venne da Gesù un lebbroso”. Un uomo lebbroso va da Gesù: già da questo capiamo l’atteggiamento di questa persona. Si avvicina perché ha una fiducia piena ed incondizionata, vede in Lui la possibilità di ottenere la purificazione e la salvezza.

“Lo supplicava in ginocchio e gli diceva: se vuoi puoi purificarmi”. Da queste parole capiamo la sua fede. E’ una implorazione, una preghiera, perché vede in Gesù non una persona  un po’ strana o un guaritore, ma il Signore, Colui che gli può restituire la salute del corpo e soprattutto la salute interiore (visto che guarire un lebbroso era come risuscitare un morto!).

Oltre ad essere malato, come abbiamo detto prima, era anche una persona completamente isolata e “Gesù ne ebbe compassione”.

“Compatire” non significa quello che noi comunemente crediamo, e cioè provare pena per qualcuno e dire: “poverino, guarda quello lì che sfortunato che è” e poi magari dimenticarsi subito di lui ed andare via!

“Compatire” significa “patire-con”. E’ tutta un’altra cosa.

Significa immedesimarsi nelle sofferenze dell’altro, condividerle, aiutare l’altro ad uscire dalla solitudine in cui il male o la sofferenza, di qualsiasi tipo, lo costringe.

Gesù dunque ne ebbe compassione e “Tese la mano e lo toccò”.

Mai nessuno aveva fatto prima una cosa simile! Non solo non lo evita, ma lascia che il lebbroso si avvicini a lui e soprattutto lo tocca!!! Trasgredisce le norme di purità vigenti che affermavano che chi toccava un lebbroso diventava immondo a sua volta.

Gesù supera tutte le regole antiche e vive il comandamento nuovo: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Ci insegna, con l’esempio, come si fa ad amare.

Il nostro Maestro “stende la mano”: oltre ad essere segno della potenza divina che sta compiendo il miracolo, è anche un segno di profondo amore. Con questo gesto il lebbroso sente quanto grande è il calore dell’umanità che gli altri gli avevano tolto.

Anche se viene infranta la legge, per Gesù l’importante è restituire il sorriso e la gioia della vita a quell’uomo che l’aveva persa.

E gli disse: “Lo voglio, sii purificato”. Ed il lebbroso, guarito, si allontanò e si mise a divulgare il fatto, nonostante il nostro Maestro lo avesse ammonito di non dire niente a nessuno.

Ma perché questo ordine da parte di Gesù? Perché non vuole pubblicità, perché non vuole che si confonda l’annuncio del Vangelo con la meraviglia suscitata dai miracoli, non vuole che si confonda la fede in Lui con la convinzione di aver trovato la soluzione ai propri problemi.
Ma lo possiamo capire questo uomo, che dite bambini? Come si può nascondere una gioia simile? Era guarito da quella terribile malattia, gli era stata restituita la sua dignità di persona e la possibilità di rivolgersi di nuovo a Dio… per questo lo voleva comunicare a tutti!
Ora veniamo a noi.

Noi non ci troviamo certo accanto a persone lebbrose nel vero senso della parola… la lebbra con cui veniamo a contatto ai nostri giorni è la povertà, l’umiliazione, l’emarginazione dei più deboli, la discriminazione, l’essere presi in giro… in altre parole, la lebbra dl nostro tempo è tutto ciò che isola “l’altro”, che lo fa sentire “diverso”, proprio come fosse un malato contagioso da cui fuggire.

Provate a pensare alla vostra classe: tra i vostri compagni, ci sono bambini che hanno bisogno di voi, della vostra comprensione, affetto, fiducia? Bambini che, per qualche motivo, nessuno vuole nel suo gruppo? Vi accorgete della loro solitudine e sofferenza?

E’ proprio a voi il che Signore chiede di andare loro incontro, di avere compassione, di “toccarli”, di guarirli, perché è attraverso di voi che il Signore agisce!
Non so se avete mai sentito il nome di Raoul Follereau… è uno scrittore e poeta francese morto nel 1977. E’ stato uno straordinario esempio di generosità e di coraggio, un punto di riferimento per tutti coloro che hanno a cuore le persone disagiate, sole, emarginate, colpite da ingiustizie sociali. Egli ha dedicato tutta la sua vita a favore bisognosi e, in particolar modo, ai malati di lebbra.

In uno dei suoi scritti dice così:

“Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi.

Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri.
Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini d’oggi.

Cristo non ha mezzi, ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé.
Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora. Siamo l’ultimo messaggio di Dio

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